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L’ultimo giorno di un condannato, Victor Hugo

Qual è il titolo? L’ultimo giorno di un condannato

Chi è l’autore? Victor Hugo

Quando è stato pubblicato? Nel 1829

TRAMA: Un condannato a morte descrive le sue sensazioni e i suoi dissidi durante gli ultimi giorni che gli restano da vivere.

Hugo non si smentisce mai.
Dopo aver letto Notre-Dame de Paris mi aspettavo faville da altre opere di Hugo, ma ho avuto di più. L’ultimo giorno di un condannato è un romanzo che ci racconta, in prima persona, gli ultimi pensieri e le ultime agonie di un condannato a morte. Quest’opera è un “libro denuncia” del 1800, epoca in cui la pena di morte era in voga da tantissimo tempo, ormai. Il buon vecchio Hugo, essendo – ovviamente – contrario alla pena di morte, ha deciso di scrivere questo racconto. Esso fu pubblicato anonimamente all’inizio, per dar scalpore sull’argomento, per far capire ciò che davvero è la pena di morte.

L’opera è commovente, toccante, struggente. I sentimenti umani sono, forse, la cosa più complessa di questo mondo, ma Hugo riesce comunque a descriverci sofferenze, dissidi, dolori, paure. I pensieri di un uomo che conosce la data e l’ora in cui morirà. Tutti sappiamo che moriremo, ma questo non ci fa soffrire. Sapere il momento esatto in cui moriremo, quello ci farebbe soffrire. Staremmo sempre con un pensiero fisso, ci rivolteremmo dentro le nostre stesse membra, soffriremmo.
Il romanzo è scritto in modo impeccabile, senza lasciar intendere nulla sull’istruzione o la formazione generale dell’uomo. Sappiamo che ha ucciso, lo intendiamo. Ma non sappiamo chi o come. E non è questo che importa. Il motivo dell’opera è quello di sensibilizzare sull’argomento “pena di morte” di far capire che il diritto alla vita non è una cosa che qualcuno può toglierti, tanto meno uno Stato che ti rappresenta. In quel periodo fece scalpore, adesso farebbe semplicemente capire. Capire. Ma capire che cosa? Capire che l’essere umano, nonostante possa macchiarsi le mani del più rosso sangue rimanga pur sempre un essere umano? Capire che, in realtà, la pena di morte non è una vera punizione, perché chi muore non sconta pena ma finisce di vivere? La verità è che nonostante siamo nel 2012, l’essere umano non vuole cambiare. E non uccide i condannati per punirli, no. Ma per far spazio nelle carceri, per evitare si spendere troppi soldi inutilmente per un condannato all’ergastolo. Questo è l’essere umano. Ora.

Come già detto Victor Hugo è un grande scrittore e nella sua opera, nonostante sia raccontata da una cella estremamente piccola, non manca di inserire elementi reali alla storia e di dare delle descrizioni non dettagliate, ma plausibili del mondo esterno. Di ciò che è la Parigi del 1800, o semplicemente di ciò che c’è fuori da Bicêtre, di ciò che è la famosissima Place de Grève.

Consiglio di leggere questo breve racconto a tutti coloro che pensano che la pena di morte sia la giusta punizione per chi commette un grave delitto. No, quella non ha senso. Mettiamo anche caso che la pena di morte sia okay e bla bla bla. Ma che punizione è? Troppo facile cavarsela morendo, non credete? E poi il diritto alla vita è una cosa che, ahimé, nemmeno al più schifoso dei criminali dovrebbe essere negato. Quindi, rivedete le vostre priorità.

Riccardo

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Non conosco il tuo nome, Joshua Ferris

Mi ero detta che prima di parlare non poi così entusiasticamente di questo libro, beh, dovevo pensarci su, perché è da molto che non mi capita di essere così perplessa e incerta sul mio giudizio. Infatti che faccio? Faccio passare una nottata, una mattinata, e a momenti pure un altro pomeriggio e un’altra nottata ancora, se non fosse per il fatto che nell’arco di 24 ore intanto il mio giudizio è rimasto invariato, che forse è inutile che io mi ammorbi con questa cosa del dover-pensarci-su visto che raramente cambio idea sulle impressioni di un libro, a meno che non venga coinvolta in una discussione molto seria e dedita al riguardo. Lo so, questo potrebbe essere indice del fatto che purtroppo per me a fine lettura si concentra tutto: le impressioni più vivide e di conseguenza anche i giudizi più fondati, a quanto pare non sono portata naturalmente a digerire a lungo termine, a meno che non si tratti di libri dalle emozioni fortissime. Ergo dirò ciò che nel mio piccolo ho partorito ieri nel post-lettura: perché passare dalla meraviglia a un declino così..fuori luogo? così vertiginoso, poi? 
Quattro parti ed è un po’ come il povero malcapitato che rotola giù dalla cima della montagna: prima sulla vetta, panorama fantastico, bello, possente, ammirevole, da guardare a testa (obbligatoriamente) alta, e poi inciampa e giù sempre più giù fino a ridursi a una balla di fieno dove non si distinguono più nè braccia nè gambe.
Però, ecco, ci sono declini oggettivi e soggettivi. Io non ho ancora capito se Joshua Ferris è rotolato giù dal monte veramente o è la mia aspettativa che me lo fa vedere cadere così. Forse persone con una vista molto più acuta della mia mi farebbero pat-pat sulla testa, dicendo che ho avuto evidentemente delle allucinazioni, e mi sciorinerebbero tutti i motivi per cui in realtà Ferris è ancora lì a mo’ di Achille tutto figo sulla punta della cima.
Ed è questo che mi cruccia ancora, cercare di capire cos’è successo veramente, perché sono talmente confusa che mi viene l’angoscia quasi. 

(tutti in coro, per favore: Anastasia, tu ti fai troppe pippe mentali, datti ‘na calmata)

A questo punto io faccio che alzare le spalle rassegnata e dire ciò che penso senza troppi sensi di inadeguatezza, ché giustamente qua siamo in democrazia. 

Il tempo in cui Ferris era l’Achille tutto figo: parte con uno stile che lascia sbigottiti dalla singolare bellezza, non è uno di quegli stili con parole, frasi intere che nessuno riuscirebbe mai a scrivere, anzi, è uno stile quasi “semplice”, ma diretto, acuto nel descrivere con realismo le sensazioni dei personaggi, tanto che io in un punto mi sono pure commossa. Le scene si susseguono con questa drammaticità intrisa dell’originalità del plot: un americano medio, con un lavoro soddisfacente a cui è dedito con passione, con una moglie che lo ama e una figlia tutto sommato talentuosa; si vede la propria vita quasi “distrutta” da una sorta di malattia, per cui ad un certo punto, qualunque cosa stia facendo, Tim prende e cammina, cammina, cammina finché non crolla per la stanchezza. Non è lui che lo decide, è il suo corpo. Il corpo come volontà separata dai suoi voleri, come un peso e non più una parte di se stesso in armonia con i propri desideri. Questo corpo tirannico che condanna la possibilità di una vita libera, propria, felice. Una moglie che si vede risucchiata in un vortice di catene, catene e catene, e la famosa rabbia verso Dio (perché a me? perché a noi, meglio?), e alzarsi alle sei del mattino e non trovare il proprio marito ed essere costretti a prendere la macchina e girare, girare finché non lo si trova rannicchiato da qualche parte per strada, reduce da un’altra delle sue sfiancanti camminate imposte chissà da chi, da cosa. Essere così asserviti da questa malattia da dedicarci tutte le proprie energie, e poi quando questa sembra passare che sono io? il senso di inutilità, Jane senza scopo che deve trovare un modo per riempire i suoi improvvisi vuoti, un lavoro a tempo pieno come scusante, ma poi la malattia inevitabilmente torna e di nuovo non può che essergli asservita, se ama suo marito. E Jane ama suo marito in un modo commovente. Figata, no? Una figata con uno stile sorprendente, rivelante. 

Il tempo in cui Non conosco il tuo nome rotolò giù, chissà se poi per davvero o per illusione: allora, ora, io non lo so davvero, ma mi è sembrato di avvertire un’incrinatura allarmante già alla seconda parte del libro (non vi preoccupate, non vi sto spoilerando il mondo e non ne ho intenzione). La storia si è trasformata un po’ nel carro trascinato da un Ferris dalle idee non del tutto chiare, che vaga di qua e di là cercando il risvolto adatto per portarsi avanti in questa storia. Fra un capitolo e l’altro sembra ritrovare per un attimo la bussola, poi di nuovo vaga dell’ignoto. Tutte le parti riguardanti il famoso “mboh” di Ferris (o mio, e chi lo sa) sono riempite da un sacco di scene ripetitive condite da azioni dei protagonisti si fanno sempre più rindondanti di patetiche intenzioni da soap opera omelodramma alla cazzo. E io mi son detta: no, cazzo, no, non è vero, non sta succedendo, io volevo darti almeno quattro stelline e mezzo, se non cinque, e tu ti perdi così, io ho fiducia in te, ti prego, risollevati. Queste tacite preghiere per tempi migliori erano naturalmente accompagnati da momenti di terribile disagio, riconducibili alla famosa incertezza e sensazione di poter anche essere nel torto: ma sta veramente decadendo, o invece queste scelte narrative sono assolutamente valide? ma io mi rompo! significherà qualcosa! Io ho conosciuto storie avvincenti e questa si sta perdendo, è il mio sesto senso e istinto da lettrice che mi fa dire buono e cattivo al solo tatto. Le emozioni del lettore contano, e io leggo per piacere, e la parte di lettrice che ha bisogno di una storia entusiasmante avverte il preoccupante odore del pasticcio bruciato: terza parte hm, non lo so, soluzione un po’ facilona e toppatrice del preoccupante andazzo della parte precedente. Provvedimenti non propriamente condivisibili dalla sottoscritta, Ferris ma che stai facendo, e poi cos’è questo senso di frammentarietà e perché mi pare tutto così slegato, un po’ di questo e un po’ di quello e poi la completezza vabbè, un optional. Quarta parte incoronatrice, forse c ‘è speranza, e invece AHAHAHAAHAHAHAH, ma c’è un motivo per cui ho smesso di vedere Grey’s Anatomy! Sul serio, Ferris? Sul serio? Ma perché ti butti via così? Queste soluzioni da soap opera per incoronare in qualche modo la disfatta? ma ti sembra plausibile? I personaggi si perdono definitivamente, Jane è la copia sbiadita di un personaggio che sarebbe potuto essere molto di più, addio intanto Becka, lasciata al suo destino e portata alla luce solo in momenti di pura utilità narrativa, e Tim sempre più distante nelle sue risoluzioni, a tratti patetico. La storia diventa un’esasperazione non necessaria – o forse sono io che non l’ho compresa nel suo dramma alla Grey’s Anatomy in tempi di crisi -, e questo senso di perplessità sempre più rivelante, per quanto lo stile si mantenga all’altezza. Ciò che non mi convince è l’intreccio narrativo oltraggiato parte dopo parte, e sinceramente dopo la terza parte diventa proprio pesante, assurdo e in alcuni parti noiosetto veramente. 
..no, mi sa che sono io che mi sono lasciata sfuggire qualche concetto fondamentale.

O forse è Ferris davvero.

O forse sono io.

O lui.

O io.

Basta,  mi viene il mal di testa.

Anastasia

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28 giorni dopo

Titolo: 28 giorni dopo

Regia: Danny Boyle

Anno: 2002

Cast: Cillian Murphy, Naomie Harris, Megan Burns, Brendan Gleeson

Genere: Horror, drammatico, catastrofico

TRAMA: Un gruppo di animalisti vuole liberare delle scimmie rinchiuse in un laboratorio. Non sanno che le scimmie sono infette da Rabbia e quando una di loro aggredisce un’animalista l’epidemia non lascia scampo. Ventotto giorni dopo, Jim si sveglia su un letto d’ospedale e si ritrova in una Londra disabitata e infetta…

Questo è un film che mentre lo guardi piangi, piangi, piangi e piangi. Quasi non fai caso al sangue, vedi solo l’angoscia e la tristezza, l’amore abbattuto, la civiltà umana smembrata. Tutto sommato, questo film, potrebbe essere un’ipotetica e futura realtà. Chi lo sa? Magari la rabbia potrebbe davvero diffondersi in tutto il globo e uccidere la sanità e l’intelligenza umana trasformandoci in mostri infetti assetati di sangue. Magari, potrebbe accadere. E questo è uno di quei film che ti fa riflettere – ma riflettere davvero – sulla vita e sulla sua importanza. Sull’importanza dei valori che caratterizzano la specie umana, sulla famiglia, sull’amicizia e sulla lealtà. Un grandissimo, colossale, Danny Boyle ci fa rizzare le carni e ci fa piangere. La storia è angosciosa, si innietta nel sangue e comincia a scorrere libera, comincia a farti intorpidire la mente e i sensi e comincia a farti sentire male. Quando vedi tua madre che ti attacca perché infetta e perché non sa più chi sei, e ti insegue, e per non permettere che ti infetti devi ucciderla. Devi uccidere TUA MADRE. Allora cominci a piangere, cominci a tremare dalla paura. Ma non è una paura che senti quando guardi un classico filmino horror che danno su Italia 1 alle due di notte. È la paura vera, quella paura che hai perennemente ma che viene fuori solo in alcune situazioni. E poi devi scappare via, via da quella casa piena di ricordi.Piena di quelle fotografia che ti ricordano il mondo come era prima dell’infezione, prima che la tua famiglia diventasse un’accozzaglia di terrore e istinto primordiale. Ecco, questo è il film. Paura vera, angoscia, tristezza. E allora cominci ad amare il cinema perché senti che ti è vicino, che alcuni attori come Cillian Murphy fanno uscire quelle emozioni che tieni nascoste persino a te stesso.

Le ambientazioni del film rendono ancora più pesante e angosciante il film: una Gran Bretagna (quella che si vede, perché tutto il mondo è infetto) deserta, distrutta e piena di rottami, sporca, grigia. Quasi senti l’odore della pesantezza infiltrarsi nelle membra. Paesaggi deserti e desolati, zone buie piene di infetti.. devi scappare, metterti in salvo. O devi combattere. Le ambientazioni hanno un senso metaforico da togliere il fiato. Le zone buie piene di infetti, perché proprio nelle zone buie vanno a mettersi? La paura è dentro di noi, nel buio. E devi combatterla, non puoi sempre scappare via. Devi prendere la mazza e smembrare l’infetto.

Io davvero, personalmente, ho sempre odiato Cillian Murphy. Ma adesso. Oh, adesso. Credo sia svettato fra i miei attori preferiti. Un attore che ti fa vivere l’esperienza, che ti fa immedesimare in quel ruolo. Grazie a lui senti quel film dentro di te, lo senti tuo. La sua espressività è incommentabile. E il resto del cast contribuisce all’opera. E allora viene fuori un capolavoro di dramma e orrore. Ma se mi fermassi qui, credo che non farei onore alla pellicola. Infatti, la colonna sonora del film (che è praticamente quasi sempre presente) rende il tutto ancora più tragico, ti fa alzare i peli delle braccia e li fa diventare lame. Ti fa vivere l’infezione, la drammacità della fine della specie umana, della fine di tutto.
Ecco i due brani che più fanno rabbrividire, e che musicalmente sono davvero da premiare con sentimento e pathos.

Chiunque dovrebbe guardare questo film, anche quelli che non amano particolarmente il genere horror; perché l’horror si mette da parte per far posto alla drammacitià, ai sentimenti. Consigliatissimo è dir poco.

Riccardo

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L’amante di Lady Chatterley, David H. Lawrence

Qual è il titolo? L’amante di Lady Chatterley

Chi è l’autore? David Herbert Lawrence

Quando è stato pubblicato? Nel 1928

TRAMA: La giovane Constance Chatterley fugge dal matrimonio con il nobile Clifford con l’affascinante e misterioso Mellors…

 

Uomini intellettuali, donne viziose e bisognose d’affetto, amanti appassionati.
Questo romanzo è entrato nel mio sangue, e mi ha fatto appassionare alla letteratura erotica in modo morboso e ossessivo. La storia gira attorno una donna, Lady Chatterley, che si innamora del guardiacaccia del marito. Insomma, leggendo questo libro ci si può immedesimare in Connie e vedere l’adulterio sotto diversi punti di vista. Ci sono tanti motivi per cui si tradisce, no? Magari, come in questo caso, l’altra metà del matrimonio è sessualmente impossibilitato, presuntuoso, vanesio e quant’altro; e allora entra in gioco un rossiccio guardacaccia dall’aria misteriosa e oscura che sembra sempre nascondere qualcosa. Allora la disperata donzella si innamora della new entry, ma cosa può fare oltre che amarlo in segreto e darsi completamente a lui? Nulla, perché l’altra metà del matrimonio è una persona ricca e autorevole che ha servi e servetti allo schiocco di medio e pollice. Quindi non c’è altro che l’adulterio. Una relazione appassionata, sensuale, erotica e travolgente che si svolge e cresce in segreto fra le mura di una minuscola capanna. Perché alla fine cosa si desidera di più dalla vita? Una relazione sentimentale tormentata da fattori esterni, sesso su un telo davanti al fuoco, protetti da quattro mura di legno mentre fuori senti il vento imperversare e la pioggia battere violentemente sul fradicio terreno decorato da violette e non ti scordar di me. Attorno alla storia vediamo un paesaggio che si stanzia fra il grigio delle miniere e il verde dei boschi. Questo ci fa capire che nonostante tutti i problemi che la vita ci sputa in faccia, un po’ di verde in cui rifugiarci c’è sempre. E poi c’è l’amore, però quello vero. Un amore vizioso, fatto di sesso e coccole, di sincerità e falsità, di problemi e leggerezza. Perché se non è questo, cos’è l’amore? E Lawrence dipinge con mano libera e danzante questo sentimento così in modo così reale e perverso che durante la lettura ci si sente un po’ nella parte di tutti i personaggi. Infatti, ogni personaggio sembra ritrarre un carattere, un vizio, un qualcosa che appartiene all’essere umano.  L’amore, l’odio, la virtà, l’intelligenza, l’invidia, la perfidia, la sensualità, l’adulterio; questi ed altri pregi e difetti vengono rappresentati da una miriade di personaggi lavorati abilmente da una mente geniale come quella di Lawrence.
È un romanzo erotico, poiché la vita sessuale di Connie e Mellors è praticamente il fulcro, la fiamma del romanzo, quel brivido che ti scuote ogni vertebra e ti fa sentire vivo, ti dà la speranza che hai perso di trovare una persona da amare in modo completo. Un romanzo che ti dà calore, quando senti freddo. Un romanzo che quando lo leggi senti l’odore di pioggia e terra bagnata, e di verdi boschi e fiori accarezzati da fresca a cristallina rugiada del mattino. È un libro da leggere fra novembre e dicembre, per immedesimarsi meglio nella storia e sentire ancora di più di appartenere a quel luogo, a quella vicenda.

Per chi vuole avvicinarsi in modo cauto alla letteratura erotica, questo è il romanzo giusto. Leggero, passionale, libertino e scandaloso al punto giusto.

I miei più sentiti complimenti a quel baldo signore che scrisse quest’opera e che ancoa oggi, a distanza di tanti anni, ci fa vivere un’altra vita.

Riccardo

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Il talento di Mr Ripley, Patricia Highsmith

Si potrebbero fare discorsoni incredibili intorno alla validità oggettiva di questo bellissimo romanzo e naturalmente al perché con tutte le sfaccettature possibili del mio smodato entusiasmo. Ma questa volta, anche se volessi, non potrò di certo sedermi in poltrona per un qualsiasi discorso serioso e impegnato che sondi al minimo grado l’oggetto in questione. Non per una possibile lunghezza di questa recensione, non perché in realtà non c’ho voglia e mi sto parando il culo giustificando la mia presunta (vera) pigrizia, ma perché c’è una storia che si fonda sulla suspence progressiva con tanto di strategia ad incastro, se proprio bisogna parlare senza premettere di voler rovinare volontariamente la festa a tutti gli ignari, allora meglio non entrare troppo nel dettaglio.
Sapete cos’è stato, in fondo? Terribilmente avvincente, ansiogeno e di sicuro coinvolgente, persino divertente in certi aspetti, perché è comunque un noir e se la vicenda non ti avvinghia a sé vuol dire che non è un buon noir, tanto in questo caso il senso morale potrete pure richiuderlo nel comodino ancora prima di aprire il libro vicino alla lampada. Inutile, ti prende e non ti frega assolutamente nulla che Tom Ripley sia incredibilmente “scorretto”, quell’incredibile donna che dev’essere la Highsmith ti costringe a parteggiare per lui e addirittura ad identificarti progressivamente con lui. Tu vuoi veramente fregarli tutti, qualunque sia il mezzo, e non riesci a giudicare lucidamente Ripley, perché ci vogliono pochi capitoli per entrare di soppiatto nel suo personaggio e scoprirsi a dire “penso di voler bene a Tom Ripley e non credo che sia una cosa molto giusta, in effetti; dio mio, speriamo di cavarcela, amico mio; lo voglio disperatamente pure io!”. Costruzione psicologica del protagonista magistrale (il mio nuovo Affezionatissimo, oddio, già ho nostalgia), ma soprattutto gestione superba della vicenda. Graham Greene in questo caso è molto più conciso e persuasivo di me:
“Patricia Highsmith è una scrittrice che ha creato un mondo tutto suo, un mondo claustrofobico e irrazionale in cui entriamo ogni volta con la sensazione che un pericolo ci sovrasti, con la testa mezza girata all’indietro, perfino con una certa riluttanza, poiché sono piaceri crudeli quelli che ci apprestiamo a provare, finché ad un certo punto, verso il terzo capitolo, la trappola è scattata, non possiamo più ritirarci, siamo condannati a vivere la storia sino al finale”.
Mi sono fidata ancora prima di aprire il libro e alla fine dico pure che ha ragione in ogni singola parola, pure nelle virgole. 
Libro decisamente “vissuto”, infatti, mi sento addosso ancora la fatica del suo meccanismo geniale e nonostante tutto della sua realtà, perché nessun piano è infallibile e in fondo la fortuna regna sovrana e boh io speriamo che me la cavo. E ad ogni istante, credetemi, vi chiederete che ne sarà di voi, che diavolo dovrà succedere al prossimo capitolo e se la fine è vicina o in realtà sta andando tutto alla perfezione, e non vi sentirete mai assicurati fino in fondo, nonostante Ripley sia geniale nella sua strategia. Alla faccia di tutti i casi cervellotici con manie di grandezza, che però poi all’atto sono pura mente.
Madonna.
Woha, che avventura.
(la trappola la fa pure a me, ‘sto bricconcello genialoide, a tirarmi in mezzo e a costringermi a dargli la mano dalla prima all’ultima pagina, ma Patricia, ti pare sia il caso di farmi sudare così, io che sono già inquieta di mio di questi tempi) 

Questo è uno di quei casi in cui mi viene proprio l’impulso di stringere la mano all’autore: Tom Ripley è un personaggio notevole, Patricia,.. no, che dico, straordinario.
Peccato che ci sia stata una coincidenza molto lugubre per cui nasco io e muore l’autrice a cui stritolerei la mano in questione, stesso anno. Come sentirsi insensatamente colpevoli.

Anastasia

Stacco pubblicitario, taradadadaaan!: questo libro è stato letto per la seguente iniziativa, dateci un’occhiata: http://unbuonlibrounottimoamico.wordpress.com/2012/10/07/il-pozzo-letterario-invito-calorosissimo-alla-partecipazione/

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Io so il perché di Sofia Coppola e me (e degli altri miei affetti).

Siccome è un po’ di tempo che mi sono eclissata e siccome proprio ieri ho rivisto Lost in translation con immutato affetto..beh, farò che parlare dello speciale legame che mi unisce a questa donna. Io ho, ..come dire, i miei fari tra letteratura, cinema, musica, il mondo e tutte le cose: fra queste Sofia Coppola non è semplicemente una delle tante voci, il cinema della Coppola per me è rilevante, molto rilevante, necessario. Mettiamo, ecco, quando guardo un film del vecchio Woody io mi aspetto una sorta di mentore – guida spirituale, è sempre stato una guida spirituale – e quindi mi aspetto una sorta di mano calda sulla testa, un calmante, un’influenza sull’umore che sia duratura, la spinta sulla bicicletta dopo lo sbandamento del bambino impedito. Nessuno potrà sostituirlo, non per quella che sono io adesso. Mettiamo, invece, che io legga un libro di Oriana: un’altra sorta di mentore, o meglio, una di quelle figure riferimento. Io non mi aspetto più la tazza fumante alla Woody, io mi aspetto ancora di più: aspetto la meraviglia e il calore materno e la scossa profonda che ti scombina le giornate a venire. Tant’è vero che poche volte Oriana, a gocce, una volta ogni tanto, massimo due all’anno!, tante volte Woody perché è quell’amico che sento di poter rincontrare regolarmente, Oriana no, per Oriana bisogna essere pronti emotivamente, è come un viaggio lungo e importante che necessita di una sorta di raccoglimento spirituale.

(dopo questo post mi sarò sputtanata tutta la mia sanità mentale presunta)

Loro due sono i miei amici “stile entità” più importanti, la mia destra e la mia sinistra, ma c’è anche gente come Sofia Coppola, che è ugualmente importante e mio dio meno male che esiste, per dire. 
Con lei è diverso, molto diverso da un ipotetico rapporto discepolo-seguace, io da lei non mi aspetto alcun consiglio, io da lei non voglio consigli, o meglio, non la cerco con quell’obiettivo, come invece potrei fare con Allen. Io da lei non voglio meraviglie, non nel concreto senso della parola (esiste un senso concreto del termine “meraviglia”?). Io quando entro in un suo film mi stupisco per un motivo preciso: perché lei parla di me, quando riprendeva la Johansson in camera d’albergo durante Lost in translation io mi chiedevo se fosse possibile sentirsi così dentro se stessi, non in una maniera allarmante: era uno strano narcotico, la perfetta dimensione all’interno di questo mondo caotico e a volte freddo, “incurante” come direbbe Woody. Semplicemente così, armeggiando con un cd fra le mani e le cuffie in testa, guardando fuori dalla finestra, con questo silenzio confortante: Sofia Coppola è fatta per quelli che non temono il silenzio, per quelli che hanno, al contrario, bisogno di lui: per chi è amico della solitudine (sempre se non costretta), per quelli che un momento per sé stessi, anche due, se lo devono sempre ritagliare durante la giornata. Io quando decido deliberatamente di tornare da Sofia vado ad incontrare un’amica che non fa nient’altro che stare con me, essere come me, saper toccare i punti giusti senza farsi eccessivamente male: lei espone, espone e basta. Espone il mio mondo interiore così, fra un’inquadratura e l’altra, con quel tono apparentemente naturale e quasi incurante, ma in realtà acuto e preciso. Quando mi  relaziono con i suoi film mi limito a sguazzare dentro la mia interiorità, e proprio per questo poi non posso semplicemente scordarmi di Charlotte e delle sue domande, le sue incertezze e perplessità, di quel momento di debolezza che Marie Antoinette ebbe quando si nascose nello stanzino a piangere stremata e confusa (bella, bella la Dunst), e ancora in una maniera differente non posso certo scordarmi dell’inquietudine davanti alla mano che penzolava fuori dalla macchina nel silenzio dell’alba ne Il giardino delle vergini suicide, persino di Stephen Dorff che sorride finalmente convinto e si allontana dalla propria macchina con il suo allarme prepotente in Somewhere. E ancora che palle, non ho un Bill Murray che vaga con me per le strade, mentre siamo in due ad essere “persi nella traduzione”: ma in qualche modo anche io sono stata con loro, con i due sperduti in sede giapponese, e lo ricordo bene: erano lì in quella sorta di locale, a parlare del dito dolorante di Charlotte in una lingua che comprendevano, anche nei suoi silenzi, e ridevano contenti, felici, parlando proprio in quella lingua ad uno dei tanti tizi  giapponesi che li serviva. Io capivo la loro lingua perché era la mia, fin dall’inizio, ancora di più durante la visione, ed era arrivato quel piccolo ribaltamento dei ruoli: non sei più tu che mi parli in una lingua assurda, che mi fai sentire inadeguato (esemplare il Santori e il cutto cutto cutto!), ora siamo noi, in due, e stiamo un po’ sparlando di te, senza cattiveria, e questa volta sei tu quello ignaro, e tutto ciò in fondo è un po’ speciale perché non mi sento più la barchetta sperduta nell’oceano immenso. Io, che mi trovo in sintonia con te, e insieme possiamo parlare quasi in codice, e sbeffeggiarci innocentemente degli altri che non possono capire.

Oriana e Woody saranno importanti, importantissimi, ma io e la Coppola abbiamo ciò che hanno avuto Charlotte e Bob durante quell’assurda permanenza nell’incomprensibile Tokyo.
(come sono metaforica questa sera)

Anastasia

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Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino; Kai Hermann e Horst Rieck

Qual è il titolo? Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino

Chi è l’autore? Kai Hermann e Horst Rieck

Quando è stato pubblicato? Nel 1978

TRAMA: Il libro racconta la discesa di Christiane Vera Felscherinow nel tunnel della droga, dagli inizi alla “fine”.

La settimana in cui ho letto questo libro è stata caratterizzata da continui sbalzi d’umore, lacrime infondate, dolori di stomaco e vai malesseri non catalogabili medicalmente. Dalla prima lettera, fino all’ultma ho avuto paura. Paura di qualcosa, paura dell’adolescenza, paura di boh, qualunque cosa. E un libro del genere è anche questo che deve fare: METTERE PAURA. Christiane a quattordici anni di buca per la prima volta di eroina. A quattordici anni avrebbe non so, dovuto fare il primo tiro di sigaretta. Invece no, a quattoridici anni si lega un laccio emostatico al braccio, si ficca un ago nella vena e si innietta eroina. Allora le pupille cambiano, lo sballo si fa strada nelle membra.. sembra che sia solo “per provare”. Non è una dipendenza, no. Ma poi lo fa di nuovo, e ancora, e ancora.. fino a vedere il proprio braccio viola. Ma il braccio viola è l’ultima cosa, i danni al proprio organismo e alla propria psiche sono repentini. Certo, è facile scrivere qui quanto l’ero faccia schifo. Proviamo a salire su una macchina del tempo: JFIUEOFHUHRUIHR767868757UIOWFGHLAHFU4895TY4TT45TYNT54. Eccoci qui: Berlino, anni ’60, mega appartamento popolare di Gropiusstadt. Puzza di merda e piscio nella tromba delle scale, genitori in crisi, un padre che ti mena. Come cresci? Come si sviluppa la tua psiche? Ora magari un bambino che cresce così si butta non so, sui videogames (anche sulla droga, sì. Ma non a dodici anni). In quel periodo invece, caratterizzato anche dalla divisione della Germania, ci si buttava non sulle cannette e i chilom ma sull’eroina. E così passavi per la Kurfürstenstrasse e vedevi ragazzine che si prostituivano per un buco. Ma no, la storia di Christiane è molto più complicata. Lei nonostante tutto non se la passava così di merda, diaciamocelo. Aveva un appartamento carino, buoni voti al ginnasio, animali per casa, una sorella… quindi nella droga non ci si rifugia solo chi ha una vita fondamentalmente triste, ma anche chi all’apparenza sembra star bene. Quindi questo libro ci racconta la vita di una bambina con problemi che nessuno capiva, una bambina che inizia a frequentare giri di amici poco affidabili.. ma alla fine non era sua intenzione arrivare a bucarsi. No? Si comincia così.. lo spinello, la pasticca, la coca, l’eroina. C’è chi si ferma, c’è chi ci lascia le penne.

Questo saggio, che poi un saggio è, ci sputa in faccia la realtà. La cruda verità. E il linguaggio che usa Christiane ci fa pesare il tutto per dieci volte. Le descrizioni dettagliatissime di ogni luogo che frequentava: dalla tromba pisciosa e merdosa del palazzone al SOUND, famosa discoteca. Dagli innocenti circoli alle strade dove batteva per procurarsi un quartino.

E l’amicizia? L’amore? Queste cose fanno parte della vita di Christiane, ma c’è una lotta. Una lotta fra amore, amicizia e droga. Una lotta che non si può vincere. La vittoria andrà solo alla morte, che si intrufola con passo felpato nelle vite delle tredicenni. Ma la forza dell’amore è stata sempre più forte. L’amore per un ragazzo che come te si buca. Che come te si prostituisce. Che come te si sente uno schifo. Ma l’amore, è sempre l’amore. Nel bene e nel male, no?

Durante il periodo di lettura, mi sentivo pervaso da malesseri vari. Stavo male per Christiane. Stavo male per me. Stavo male per il mondo. Avevo paura. Ed è questo che deve succedere leggendolo: si deve avere paura, perché la paura non fa sbagliare. La paura ti fa stare con due piedi in un sandaletto da mare. Ho anche pianto, specie mentre si faceva il primo “buco”. Ho anche riso, a volte. Forse era una di quelle situazioni dove si dice “Rido per non piangere”. Fatto sta che Christiane, nonostante tutto, è stata forte. E’ caduta miriadi di volte, ma si è sempre rialzata. E adesso parla delle sue esperienze con il sorriso, magari di felicità per essere riuscita a uscirne. Nonostante nella sua vita non abbia mai smesso davvero, nemmeno adesso.

Ne consiglio la lettura a tutti. Ma il mio grido deve essere udito specialmente dai genitori e dagli insegnanti: fatelo leggere ai vostri figli e ai vostri alunni, aiutateli a prevenire cose brutte.. perché anche se non siamo più negli anni ’70 queste cose succedono SEMPRE. Siate responsabili di un’educazione che permetta loro di maturare il senso di responsabilità e di scelta.

 

 

Riccardo