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Babel

Titolo: Babel

Regia: Alejandro González Iñárritubabel

Anno: 2006

Cast: Brad Pitt, Cate Blanchett, Adriana Barraza, Gael Garcia Bernal, Rinko Kikuchi, Kōji Yakusho, etc.

Genere: Drammatico

TRAMA: Le storie di una famiglia statunitense, di quella di una badante messicana, di una famiglia marocchina e di un padre e una figlia giapponese si intrecciano e, nonostante l’imponente distanza che le divide, raggiungeranno delle fine parallele.

Quando un film, oltre ad essere tecnicamente perfetto, come in questo caso, ci dà la visione reale del mondo, della vita, allora non è più un film, è cinema.La vita reale e cruda di una famiglia disagiata marocchina, un fucile in mano a un bambino. Disagi lontani, forse, anni luce dalle nostre tranquille e monotone vite. Una coppia con due bambini, che ne ha da poco perso uno, che va a fare un viaggio proprio in quel Marocco; una badante messicana che deve assolutamente andare al matrimonio del figlio, in Messico. Ma la strada del ritorno, specie se al volante c’è qualcuno che non si è trattenuto dal fare l’amore con il bicchiere. E ancora, quando un disagio già presente, come il sordomutismo, è accompagnato dal suicidio di una madre, la vita non ti dà altro che nero; allora cominci a sentirti non amata e per colmare il vuoto decidi di darti, o almeno provarci, a chiunque, nonostante questo chiunque potrebbe essere tuo padre: è quello che succede in Giappone.
Ma come è possibile che quattro punti in quattro luoghi diversi si incontrino tutti? Come è possibile che una sceneggiatura sia scritta così genialmente? Beh, anche questo è possibile attraverso la penna e una buona mente. È possibile fare del cinema la realtà, e non solo attraverso le storie, i personaggi, ma anche attraverso quegli aspetti tecnici che rendono la pellicola una finestra sul mondo: un magistrale Rodrigo Pireto (due volte candidato ai premi Oscar nel 2006 e nel 2007), con la sua fotografia, rende reale e tangibile quanto scritto da Guillermo Arriaga. Il tutto unito da un montaggio a volte ordinato e pulito, a volte confusionario, il quale dà vita alla drammaticità e alla confusione causati da un proiettile, causati da un ispettore doganale..bastardo.
 Alla cinepresa un favoloso Iñárritu, premiato al Festival di Cannes,  – che abbiamo già visto in capolavori come 21 grammi” (2003) -, capace di dirigere con maestria quattro storie differenti e uguali allo stesso tempo.
 

Ma questo film è molto di più che una semplice sequenza di immagini e dialoghi. Questo film è sofferenza allo stato puro, angoscia e paura. Paura, credo, della realtà nuda e cruda che non ci sfiora, mentre stiamo sul divano. Ma se, stando sdraito sul divano, sei testimone di questo capolavoro del cinema contemporeaneo, quella realtà non solo ti sfiorerà, ti metterà ansia, ti farà cambiare visione su molte cose. E se questa realtà impressa su una pellicola ci tocca, è anche grazie alle magistrali interpretazioni che vi hanno preso parte: un Brad Pitt che non si dimentica, sofferente, arrabbiato, i cui lineamenti e espressioni riescono a mutare al minimo disagio; una PERFETTA Cate Blanchett, dalle espressioni tenui ma decise, dolorante, che fa male al cuore; sono interpretazioni che difficilmente si dimenticano (l’accoppiata Pitt – Blanchett dovrebbe essere più frequente, fa davvero effetto). Ma non dimentichiamoci di Adriana Barraza, candidata, nonostante la scarna carriera cinematografia, ai premi Oscar per la migliore attrice non protagonista: il volto di una donna grande, vissuta ormai, che rivive i momenti di madre con i figli di qualcun altro e che le vengono prontamente strappati via per uno stupido, miserabile errore. Perché la vita fa cosa vuole lei. Gioca un bel ruolo anche il giovane Bernal, che dimostra al pubblico un grande talento – il giovane Gael lo abbiamo già visto, talentuoso più che mai, ne “La mala educación” di Pedro Almodóvar – e gran carattere. Magistrale l’interpretazione della giovanissima Elle Fanning – che aveva dato grande prova di sé in “Mi chiamo Sam” della Nelson e che ci stupirà ancora in diversi film -.
 In scena vediamo anche la giovane Rinko Kikuchi, che grazie alla sua interpretazione estremamente drammatica e traboccante di pathos, riesce ad ottenere una candidatura ai premi Oscar, nonostante questo sia il primo film veramente importante in cui abbia preso parte (infatti, in seguito, la vedremo prender parte a numerosi film tra cui “Norvegian Wood” di Tran Anh Hung, tratto dall’omonimo romanzo di Haruki Murakami).

La pellicola è stata candidata a ben sette premi Oscar, tra cui “miglior film”, vincendo, ingiustamente a parer mio, solo quello per la “miglior colonna sonora” (grande prova della corruzione dell’Academy Awards).

È un film crudo, sconsigliato a chi troppo sensibile e, a causa di alcune scene, debole di stomaco. Ma è una pellicola che merita più di quanto si pensi, che ci va vivere numerose esistenze tragiche tutte contemparenamente in sole due ore e venti minuti di pellicola. Una visione che cambia la visione del mondo che abbiamo avuto fino a quel momento, che ci dona emozioni immensamente forti.

Riccardo

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