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Non conosco il tuo nome, Joshua Ferris

Mi ero detta che prima di parlare non poi così entusiasticamente di questo libro, beh, dovevo pensarci su, perché è da molto che non mi capita di essere così perplessa e incerta sul mio giudizio. Infatti che faccio? Faccio passare una nottata, una mattinata, e a momenti pure un altro pomeriggio e un’altra nottata ancora, se non fosse per il fatto che nell’arco di 24 ore intanto il mio giudizio è rimasto invariato, che forse è inutile che io mi ammorbi con questa cosa del dover-pensarci-su visto che raramente cambio idea sulle impressioni di un libro, a meno che non venga coinvolta in una discussione molto seria e dedita al riguardo. Lo so, questo potrebbe essere indice del fatto che purtroppo per me a fine lettura si concentra tutto: le impressioni più vivide e di conseguenza anche i giudizi più fondati, a quanto pare non sono portata naturalmente a digerire a lungo termine, a meno che non si tratti di libri dalle emozioni fortissime. Ergo dirò ciò che nel mio piccolo ho partorito ieri nel post-lettura: perché passare dalla meraviglia a un declino così..fuori luogo? così vertiginoso, poi? 
Quattro parti ed è un po’ come il povero malcapitato che rotola giù dalla cima della montagna: prima sulla vetta, panorama fantastico, bello, possente, ammirevole, da guardare a testa (obbligatoriamente) alta, e poi inciampa e giù sempre più giù fino a ridursi a una balla di fieno dove non si distinguono più nè braccia nè gambe.
Però, ecco, ci sono declini oggettivi e soggettivi. Io non ho ancora capito se Joshua Ferris è rotolato giù dal monte veramente o è la mia aspettativa che me lo fa vedere cadere così. Forse persone con una vista molto più acuta della mia mi farebbero pat-pat sulla testa, dicendo che ho avuto evidentemente delle allucinazioni, e mi sciorinerebbero tutti i motivi per cui in realtà Ferris è ancora lì a mo’ di Achille tutto figo sulla punta della cima.
Ed è questo che mi cruccia ancora, cercare di capire cos’è successo veramente, perché sono talmente confusa che mi viene l’angoscia quasi. 

(tutti in coro, per favore: Anastasia, tu ti fai troppe pippe mentali, datti ‘na calmata)

A questo punto io faccio che alzare le spalle rassegnata e dire ciò che penso senza troppi sensi di inadeguatezza, ché giustamente qua siamo in democrazia. 

Il tempo in cui Ferris era l’Achille tutto figo: parte con uno stile che lascia sbigottiti dalla singolare bellezza, non è uno di quegli stili con parole, frasi intere che nessuno riuscirebbe mai a scrivere, anzi, è uno stile quasi “semplice”, ma diretto, acuto nel descrivere con realismo le sensazioni dei personaggi, tanto che io in un punto mi sono pure commossa. Le scene si susseguono con questa drammaticità intrisa dell’originalità del plot: un americano medio, con un lavoro soddisfacente a cui è dedito con passione, con una moglie che lo ama e una figlia tutto sommato talentuosa; si vede la propria vita quasi “distrutta” da una sorta di malattia, per cui ad un certo punto, qualunque cosa stia facendo, Tim prende e cammina, cammina, cammina finché non crolla per la stanchezza. Non è lui che lo decide, è il suo corpo. Il corpo come volontà separata dai suoi voleri, come un peso e non più una parte di se stesso in armonia con i propri desideri. Questo corpo tirannico che condanna la possibilità di una vita libera, propria, felice. Una moglie che si vede risucchiata in un vortice di catene, catene e catene, e la famosa rabbia verso Dio (perché a me? perché a noi, meglio?), e alzarsi alle sei del mattino e non trovare il proprio marito ed essere costretti a prendere la macchina e girare, girare finché non lo si trova rannicchiato da qualche parte per strada, reduce da un’altra delle sue sfiancanti camminate imposte chissà da chi, da cosa. Essere così asserviti da questa malattia da dedicarci tutte le proprie energie, e poi quando questa sembra passare che sono io? il senso di inutilità, Jane senza scopo che deve trovare un modo per riempire i suoi improvvisi vuoti, un lavoro a tempo pieno come scusante, ma poi la malattia inevitabilmente torna e di nuovo non può che essergli asservita, se ama suo marito. E Jane ama suo marito in un modo commovente. Figata, no? Una figata con uno stile sorprendente, rivelante. 

Il tempo in cui Non conosco il tuo nome rotolò giù, chissà se poi per davvero o per illusione: allora, ora, io non lo so davvero, ma mi è sembrato di avvertire un’incrinatura allarmante già alla seconda parte del libro (non vi preoccupate, non vi sto spoilerando il mondo e non ne ho intenzione). La storia si è trasformata un po’ nel carro trascinato da un Ferris dalle idee non del tutto chiare, che vaga di qua e di là cercando il risvolto adatto per portarsi avanti in questa storia. Fra un capitolo e l’altro sembra ritrovare per un attimo la bussola, poi di nuovo vaga dell’ignoto. Tutte le parti riguardanti il famoso “mboh” di Ferris (o mio, e chi lo sa) sono riempite da un sacco di scene ripetitive condite da azioni dei protagonisti si fanno sempre più rindondanti di patetiche intenzioni da soap opera omelodramma alla cazzo. E io mi son detta: no, cazzo, no, non è vero, non sta succedendo, io volevo darti almeno quattro stelline e mezzo, se non cinque, e tu ti perdi così, io ho fiducia in te, ti prego, risollevati. Queste tacite preghiere per tempi migliori erano naturalmente accompagnati da momenti di terribile disagio, riconducibili alla famosa incertezza e sensazione di poter anche essere nel torto: ma sta veramente decadendo, o invece queste scelte narrative sono assolutamente valide? ma io mi rompo! significherà qualcosa! Io ho conosciuto storie avvincenti e questa si sta perdendo, è il mio sesto senso e istinto da lettrice che mi fa dire buono e cattivo al solo tatto. Le emozioni del lettore contano, e io leggo per piacere, e la parte di lettrice che ha bisogno di una storia entusiasmante avverte il preoccupante odore del pasticcio bruciato: terza parte hm, non lo so, soluzione un po’ facilona e toppatrice del preoccupante andazzo della parte precedente. Provvedimenti non propriamente condivisibili dalla sottoscritta, Ferris ma che stai facendo, e poi cos’è questo senso di frammentarietà e perché mi pare tutto così slegato, un po’ di questo e un po’ di quello e poi la completezza vabbè, un optional. Quarta parte incoronatrice, forse c ‘è speranza, e invece AHAHAHAAHAHAHAH, ma c’è un motivo per cui ho smesso di vedere Grey’s Anatomy! Sul serio, Ferris? Sul serio? Ma perché ti butti via così? Queste soluzioni da soap opera per incoronare in qualche modo la disfatta? ma ti sembra plausibile? I personaggi si perdono definitivamente, Jane è la copia sbiadita di un personaggio che sarebbe potuto essere molto di più, addio intanto Becka, lasciata al suo destino e portata alla luce solo in momenti di pura utilità narrativa, e Tim sempre più distante nelle sue risoluzioni, a tratti patetico. La storia diventa un’esasperazione non necessaria – o forse sono io che non l’ho compresa nel suo dramma alla Grey’s Anatomy in tempi di crisi -, e questo senso di perplessità sempre più rivelante, per quanto lo stile si mantenga all’altezza. Ciò che non mi convince è l’intreccio narrativo oltraggiato parte dopo parte, e sinceramente dopo la terza parte diventa proprio pesante, assurdo e in alcuni parti noiosetto veramente. 
..no, mi sa che sono io che mi sono lasciata sfuggire qualche concetto fondamentale.

O forse è Ferris davvero.

O forse sono io.

O lui.

O io.

Basta,  mi viene il mal di testa.

Anastasia

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