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Io so il perché di Sofia Coppola e me (e degli altri miei affetti).

Siccome è un po’ di tempo che mi sono eclissata e siccome proprio ieri ho rivisto Lost in translation con immutato affetto..beh, farò che parlare dello speciale legame che mi unisce a questa donna. Io ho, ..come dire, i miei fari tra letteratura, cinema, musica, il mondo e tutte le cose: fra queste Sofia Coppola non è semplicemente una delle tante voci, il cinema della Coppola per me è rilevante, molto rilevante, necessario. Mettiamo, ecco, quando guardo un film del vecchio Woody io mi aspetto una sorta di mentore – guida spirituale, è sempre stato una guida spirituale – e quindi mi aspetto una sorta di mano calda sulla testa, un calmante, un’influenza sull’umore che sia duratura, la spinta sulla bicicletta dopo lo sbandamento del bambino impedito. Nessuno potrà sostituirlo, non per quella che sono io adesso. Mettiamo, invece, che io legga un libro di Oriana: un’altra sorta di mentore, o meglio, una di quelle figure riferimento. Io non mi aspetto più la tazza fumante alla Woody, io mi aspetto ancora di più: aspetto la meraviglia e il calore materno e la scossa profonda che ti scombina le giornate a venire. Tant’è vero che poche volte Oriana, a gocce, una volta ogni tanto, massimo due all’anno!, tante volte Woody perché è quell’amico che sento di poter rincontrare regolarmente, Oriana no, per Oriana bisogna essere pronti emotivamente, è come un viaggio lungo e importante che necessita di una sorta di raccoglimento spirituale.

(dopo questo post mi sarò sputtanata tutta la mia sanità mentale presunta)

Loro due sono i miei amici “stile entità” più importanti, la mia destra e la mia sinistra, ma c’è anche gente come Sofia Coppola, che è ugualmente importante e mio dio meno male che esiste, per dire. 
Con lei è diverso, molto diverso da un ipotetico rapporto discepolo-seguace, io da lei non mi aspetto alcun consiglio, io da lei non voglio consigli, o meglio, non la cerco con quell’obiettivo, come invece potrei fare con Allen. Io da lei non voglio meraviglie, non nel concreto senso della parola (esiste un senso concreto del termine “meraviglia”?). Io quando entro in un suo film mi stupisco per un motivo preciso: perché lei parla di me, quando riprendeva la Johansson in camera d’albergo durante Lost in translation io mi chiedevo se fosse possibile sentirsi così dentro se stessi, non in una maniera allarmante: era uno strano narcotico, la perfetta dimensione all’interno di questo mondo caotico e a volte freddo, “incurante” come direbbe Woody. Semplicemente così, armeggiando con un cd fra le mani e le cuffie in testa, guardando fuori dalla finestra, con questo silenzio confortante: Sofia Coppola è fatta per quelli che non temono il silenzio, per quelli che hanno, al contrario, bisogno di lui: per chi è amico della solitudine (sempre se non costretta), per quelli che un momento per sé stessi, anche due, se lo devono sempre ritagliare durante la giornata. Io quando decido deliberatamente di tornare da Sofia vado ad incontrare un’amica che non fa nient’altro che stare con me, essere come me, saper toccare i punti giusti senza farsi eccessivamente male: lei espone, espone e basta. Espone il mio mondo interiore così, fra un’inquadratura e l’altra, con quel tono apparentemente naturale e quasi incurante, ma in realtà acuto e preciso. Quando mi  relaziono con i suoi film mi limito a sguazzare dentro la mia interiorità, e proprio per questo poi non posso semplicemente scordarmi di Charlotte e delle sue domande, le sue incertezze e perplessità, di quel momento di debolezza che Marie Antoinette ebbe quando si nascose nello stanzino a piangere stremata e confusa (bella, bella la Dunst), e ancora in una maniera differente non posso certo scordarmi dell’inquietudine davanti alla mano che penzolava fuori dalla macchina nel silenzio dell’alba ne Il giardino delle vergini suicide, persino di Stephen Dorff che sorride finalmente convinto e si allontana dalla propria macchina con il suo allarme prepotente in Somewhere. E ancora che palle, non ho un Bill Murray che vaga con me per le strade, mentre siamo in due ad essere “persi nella traduzione”: ma in qualche modo anche io sono stata con loro, con i due sperduti in sede giapponese, e lo ricordo bene: erano lì in quella sorta di locale, a parlare del dito dolorante di Charlotte in una lingua che comprendevano, anche nei suoi silenzi, e ridevano contenti, felici, parlando proprio in quella lingua ad uno dei tanti tizi  giapponesi che li serviva. Io capivo la loro lingua perché era la mia, fin dall’inizio, ancora di più durante la visione, ed era arrivato quel piccolo ribaltamento dei ruoli: non sei più tu che mi parli in una lingua assurda, che mi fai sentire inadeguato (esemplare il Santori e il cutto cutto cutto!), ora siamo noi, in due, e stiamo un po’ sparlando di te, senza cattiveria, e questa volta sei tu quello ignaro, e tutto ciò in fondo è un po’ speciale perché non mi sento più la barchetta sperduta nell’oceano immenso. Io, che mi trovo in sintonia con te, e insieme possiamo parlare quasi in codice, e sbeffeggiarci innocentemente degli altri che non possono capire.

Oriana e Woody saranno importanti, importantissimi, ma io e la Coppola abbiamo ciò che hanno avuto Charlotte e Bob durante quell’assurda permanenza nell’incomprensibile Tokyo.
(come sono metaforica questa sera)

Anastasia

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3 commenti su “Io so il perché di Sofia Coppola e me (e degli altri miei affetti).

  1. Perchè Charlotte in fondo é un po di te e un po di me . Perché quando siamo tristi e tanto giu che non riuscimo nemmeno a scavare , quell´ abbraccio per un po avvolge anche noi e così va meglio … Per il resto continuiamo a guatrdare fuori dai finestrini e a camminare con Alone in Kyoto…

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