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Gli studenti di storia, Alan Bennett

Non è un libro da niente, a dispetto delle apparenze (e della copertina che è di un rosa shocking molto più fluo di quanto sembri in foto, per lo strazio dei miei occhi). E’ stata una lettura rapida, ma intensa e costruttiva.
Due professori, Hector e il giovane Irwin, si scontrano sul terreno dell’istruzione di otto allievi (da preparare all’ammissione a Oxford e Cambridge) con due concetti di vita e di cultura diametralmente opposti ma, al contempo, spaventosamente simili.

Cos’è la cultura? Cos’è, di conseguenza, l’istruzione? Cos’è il merito, valore effettivo o capacità di farsi notare? Cos’è la storia e quanto è semplice farla? Cosa è giusto è cos’è sbagliato? Fin dove si può definire sano un rapporto tra un professore e un suo allievo? La morigeratezza e il valore di una persona vanno di pari passo? E, al contrario, una persona dalla condotta irreprensibile deve necessariamente sontenere la necessità di una vita simile alla sua? Quanto contraddittorio può essere il rapporto degli individui con l’omosessualità?
La commedia mi è sembrata un’estremizzazione de L’attimo fuggente. L’opera è piacevolmente pervasa dall’evidente nostalgia di Bennett per i tempi della scuola.
“Gli studenti di storia” offre tante domande e nessuna verità, ma “la verità non è importante” (Irwin): finalmente leggo su carta quest’affermazione, in fondo banale, ma che non mi ero mai trovata davanti. La condivido.
Di seguito due brani sulla concezione dell’arte e della cultura che mi hanno riempita di ammirazione per Bennett.

Da una rappresentazione teatrale de Gli studenti di storia. Compagnia Teatro dell’Elfo. Regia di Elio Capitani e Ferdinando Bruni.

IRWIN Ma se volete vedere il nesso tra guerra e politica, lasciate stare Wilfred Owen e guardate Kipling, invece.
AKTHAR Grazie tante.
IRWIN “Se qualcuno domanda perché siamo morti, ditegli che è perché i nostri padri ci hanno mentito”. In parole povere…
TIMMS Eh no, professore. Con tutto il rispetto, posso interromperla? Davanti a una poesia o a qualsiasi opera d’arte non possiamo mai dire “in parole povere”. Se è un’opera d’arte, non ci sono parole povere.
LOCKWOOD Per forza, altrimenti non lo sarebbe. Lei non può guardare un Rembrandt e dire “in parole povere”, no?

IRWIN Comprendo il suo punto di vista, ma gli esami esistono. Sicuramente lei desidera che i ragazzi li superino, e queste chicche [poesie che Hector ha fatto imparare a memoria ai ragazzi] che lei gli ha insegnato possono far pendere la bilancia dalla loro parte.
HECTOR Come le ha chiamate?
Chicche? Secondo lei sono “chicche”?
Codici, incantesimi, rune… le chiami come vuole, ma non “chicche”.
IRWIN Pensavo solo che potrebbero tornare utili…
HECTOR Oh, sì: utili. Una prova scritta è come un albero di Natale: bisogna decorarlo con tante belle chicche. Il problema è che loro le hanno imparate a memoria. Par coeur. La loro dimora è il cuore, e come tutti i contenuti del cuore non vanno profanati spiattellandoli a comando.
IRWIN Ma allora perché devono impararle? La cultura non è per quando saranno vecchi, grigi e seduti davanti al caminetto. Serve adesso. L’esame è fra un mese.
HECTOR Dopodiché la vita continuerà. “Chicche”!

Maria

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