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Io sono un gatto, Natsume Sōseki

Il volgo non capisce come una persona considerata sana di mente possa scegliere di leggere un libro dal titolo Io sono un gatto. Sono stata abbondantemente derisa quando me lo portavo dietro. “Tempi obbrobriosi, razza degenere”.
Ma riacquistiamo un briciolo di contegno.

Io sono un gatto, scritto e ambientato nei primi anni del ‘900, è considerato il primo romanzo moderno della letteratura giapponese. In esso, un micio giallo adottato dal professor Kushami racconta la sua pigra storia, con una certa presunzione e indignato dalla scarsa considerazione che il padrone ha di lui. La stima è reciproca: il gatto condanna il padrone che, ritenuto un grande studioso, passa in realtà il tempo a dormire. Più che alla compagnia dei gatti, il nostro micio (a cui non sarà mai dato un nome) si interessa all’ascolto dei discorsi che il professore ha con i suoi ospiti, artisti e intellettuali.
Il gatto incarna la figura del filosofo distaccato e condanna la follia della sua epoca. Ma non è forse lui stesso folle, col suo non comportarsi da gatto, col suo vezzo di ritenersi superiore sia ai felini, che evita e reputa rozzi, sia agli uomini?
Non è possibile schierarsi col gatto, o col professor Kushami, o con chiunque altro: sono tutti esseri umani (a parte il gatto, ovviamente) e in quanto tali deprecabili.
La decadenza è totale. Il superuomo di Nietzsche non è un ideale concreto ma solo un grido di protesta; gli uomini sono tutti pazzi ed è più che plausibile che i pochi ‘normali’ siano quelli rinchiusi in manicomio; il gatto si ubriaca per curiosità verso la birra e di conseguenza annega. Sottilmente Soseki ci mette di fronte uno scenario apocalittico:  un mondo chiuso nelle sue ottuse abitudini, labirintico, destinato a collassare, da cui gli uomini non usciranno salvi, annegati come sono nel torpore dell’ insensatezza.
Vi riporto un brano sulla follia umana, pronunciato dal professor Kushami.

Franz Marc, Gatto su cuscino giallo

Se continuo a paragonarmi soltanto a dei pazzi e a elencare le cose che ci accomunano, non riuscirò mai a tenermi lontano dalla sfera della follia. Ho scelto il metodo sbagliato. E’ perché ho assunto la follia a criterio di normalità, che sono giunto a questa conclusione. Se prendessi a modello un individuo sano e mi valutassi in rapporto a lui, magari arriverei alla conclusione opposta. Inoltre dovrei cominciare da persone vicine a me. Quel vecchio con la marsina che è venuto oggi, ad esempio: “Su cosa dobbiamo concentrare lo spirito…” No, non è mica a posto, neanche quello lì. E Kangetsu? Dal mattino alla sera lima biglie di vetro, il pranzo se lo porta da casa… fa parte anche lui del drappello degli squilibrati. Terzo… Meitei? Sembra convinto che andare in giro a fare il buffone sia la sua missione. Un pazzo patentato. Quarto… la moglie di Kaneda. Una natura così velenosa è un insulto al buon senso. Una folle, semplicemente una folle. Poi viene Kaneda. Non l’ho mai incontrato, ma solo il fatto che tenga in grande considerazione quel’arpia della moglie, che ci vada d’amore e d’accordo, dimostra che non è normale. E dato che “anormale” è un eufemismo per “matto”, anche lui entra a buon diritto nel novero dei dissennati. Inoltre… ce ne sono altri, ce ne sono altri. Gli allievi delle Nuvole Calanti, considerata l’età, sono ancora in boccio ma in quanto a sfrenatezza non temono confronti con nessuno. Tutte queste persone, nessuna esclusa, appartengono alla stessa razza. Mi sento riconfortato, contrariamente a quanto mi aspettavo. Forse la nostra società è soltanto un’aggregazione di pazzi. Di pazzi che si assembrano, competono ferocemente tra loro strattonandosi e mostrandosi i denti l’un l’altro, insultandosi e defraudandosi. E tutti insieme formano una massa all’interno della quale si separano, si aggregano, si allontanano di nuovo, come cellule, questa è forse la nostra società. Lì dentro, chi è dotato di discernimento, chi è capace grosso modo di ragionare, dà fastidio. Viene rinchiuso in un ospedale psichiatrico appositamente costruito, dal quale gli si impedirà di uscire. Quindi può darsi che le persone chiuse in manicomio siano perfettamente sane, e invece quelle che si agitano all’esterno del tutto matte. Isolato, un pazzo sarà sempre e solo un pazzo, ma quando fa gruppo con altri e acquisisce forza, a quel punto diventa una persona normale. Non mancano certo gli esempi di un pazzo grosso che usando la forza del denaro e dell’autorità si serva di molti pazzi piccoli per compiere dei soprusi, ma da tutti verrà giudicato ugualmente una persona per bene. Non ci capisco più niente.

Per lo meno, questo è il fulcro. Ma Io sono un gatto è un romanzo molto ricco, suscettibile di tutte le interpretazioni immaginabili e al contempo di nessuna.
E’ stata un lettura gradevole, in ogni caso, che mi ha fornito sensazioni tiepide e rilassate.

Maria

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6 commenti su “Io sono un gatto, Natsume Sōseki

  1. Peccato che guanciale d’ erba sia fuori catalogo , io lo trovo il romanzo migliore di Soseki è veramente un capolavoro , assolutamente non paragonabile a questo … ❤

  2. Fossimo più vicine potrei prestartelo io , ho fatto giusto in tempo a procurarmelo prima che sparisse dalla circolazione….

  3. La mia fortuna è stata mutilata dal fatto che non sono riuscita ad accaparrarmi anche il cuore delle cose 😦 lo piango tutt ‘oggi insieme a musica per camaleonti di Capote 😥

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