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L’officina della camomilla

Superfluo informarvi che anche questa band prima di arrivare ad essermi gradita ha avuto la sua dimora tra le cose da me odiate. Troppo nonsense, dicevo.
Ed era vero, eh.
L’officina della camomilla si definisce, come tipico dell’indie (ricordate L’orso?), un movimento, più che una band, e per la precisione un movimento artistico, culturale, musicale, filosofico, poetico, invernale, gastronomico, calcistico, randagio/casalingo, estremamente mattutino fondato sulla tristezza e sui biscotti, ma a dire la verità stavolta ci troviamo di fronte ad una band vera e propria. I componenti sono: Franco (Francesco De Leo), voce e chitarra; Taz (Claudio Tarantino), voce, batteria, drum machine, tastiere; Morco (Marco Amadio), basso. Di recente la band è passata sotto contratto con la Garrinchadischi, quindi, se volete acquistare il loro primo EP, sapete dove cercare.
A convertirmi alla camomilla è stata la dolcissima canzone Charlotte anch’essa ben spruzzata di nonsense, ma tanto zuccherosa che ha raggiunto perfino me. Ne esistono tre versioni: la classica, che vi propongo, la cosiddetta “versione definitiva” e quella dopo il passaggio alla Garrincha.

Non vi dirò che adesso apprezzo indiscriminatamente tutte le loro canzoni, anzi: a piacermi è una minoranza. Si tratta però di una minoranza interessante.
Faccio un’ipotesi su come queste canzoni vengano composte, senza averne idea: secondo me uno dei tre improvvisa un accordo, Franco (altra ipotesi, non so se è lui solo a scrivere i testi) comincia a canticchiarci su e si lascia portare avanti dalle sue stesse parole, così le canzoni prendono la forma di un piccolo flusso di coscienza, costituito da pensieri apparentemente sconnessi ma che, esaminati immagine per immagine, assumono senso. Consideriamoli alla stregua dei poeti ermetici, insomma.

Per essere più chiara, vi propongo Morte per colazione nella versione Garrincha (che preferisco).

Ti bacerei sputandoti una cicca in bocca.
Ricorda, c’è la morte per colazione.
Sconfiggo gli stupidi con un kit da pasticciere.
Vado a mangiare, ma sono triste.
Il marinaio della panchina mi guarda malissimo.

La mia ragazza è la solitudine,
la solitudine è un divano esploso.
Ci sono morta dieci volte
nell’azzurro dei cazzi miei.

La mia ragazza è la solitudine,
la solitudine è un divano in un cancello
e sono morta dieci volte
nell’azzurro dei cazzi miei.

Hai minacciato di uccidermi con un compasso,
ma calcoli sempre male le rincorse
e scivoli sul pavimento, testa di cazzo.
Complimenti, fiore, sei finita al pronto soccorso.
Non t’imbarazzi se balliamo davanti alle macchinette?
Ragazza di zanzara, ti coccolo anche se sei sboccata.

La mia ragazza è la solitudine,
la solitudine è un divano esploso.
Ci sono morta dieci volte
nell’azzurro dei cazzi miei.

La mia ragazza è la solitudine,
la solitudine è un divano in un cancello
e sono morta dieci volte
nell’azzurro dei cazzi miei.

Nota: ho riciclato l’interpretazione che avevo fatto qui per un esame all’università :’D ovviamente ho rivisto un po’ la struttura.
Non l’ho capita proprio tutta, a dire la verità. Se riuscite a turare le falle della mia interpretazione lasciate un commento, grazie.

Cominciamo dal ritornello. “La mia ragazza è la solitudine”, canta L’officina. Questo verso si riconnette ai precedenti “Vado a mangiare, ma sono triste; il marinaio della panchina mi guarda malissimo”: eccoci l’immagine di un giovane uomo, solo (la sua ragazza è la solitudine), che si va a comprare un panino, un kebab, qualcosa del genere, insomma. Soffre, la sua ragazza è una persona lunatica divisa tra il desiderio di stare sola e l’amore per il nostro protagonista (ci è morta dieci volte nella tranquillità della solitudine azzurra dei cazzi suoi: come dire che, anche se ricerca la solitudine, poi non riesce a resisterle. Ama e odia la gente e la compagnia. Anche in questo senso la ragazza di lui è la solitudine: c’è ma non c’è mai veramente, ama per sbaglio a intervalli fatui). Dunque, probabilmente questa aspra fanciulla l’ha appena mollato da qualche parte di punto in bianco. Il giovin signore, per quanto abituato al carattere bizzarro della sua bella, è ovviamente perplesso e si comporta in modo strano, attraversa senza guardare, parla da solo, tira calci ai sassi, cose così. Ecco dunque che il marinaio della panchina lo guarda malissimo, come quelle vecchiette che si affacciano alle finestre a tenere d’occhio la strada e criticano la gioventù degenere. Magistrale da parte dell’Officina inserire un simile prezioso dettaglio.
“La solitudine è un divano esploso/in un cancello”: ecco, qui non posso fare altro che rimanere estasiata di fronte a un correlativo oggettivo così ben riuscito. I due amanti sono vicini eppure lontani, come le due donne di Aha oe feii? di Gauguin. Come dire che “c’è la morte per colazione”: un momento che dovrebbe essere sereno, dolce, intimo diventa qualcosa da temere.Anche l’atto del bacio diventa uno sputare una cicca in bocca. Niente è più disteso, tutto è a doppio taglio.
Dopo il giovanotto, concentriamoci sulla ragazza. Che tipo è? Aspra, si è detto. “Ragazza di zanzara” è un’ottima definizione. La sboccatezza è un tratto che è naturale conferirle. Come accennato, è travagliata, divisa tra amore e desiderio di indipendenza, fino a odiare l’uomo che la intrappola lasciandosi amare. Vuole ucciderlo. Ma chi mai userebbe un compasso per un omicidio? La fanciulla è vinta dall’amore per lui, non riesce a pensare di fargli veramente del male. E’ sconfitta. Cade persino a terra, senza neppure scalfirlo con la punta del compasso, facendosi invece male lei e finendo al pronto soccorso (Freud insegna che questi errori non sono mai veramente casuali: è il nostro inconscio a procurarceli. La ragazza è scivolata perché voleva scivolare, fallire). E alla fine lo ama, si arrende, balla con lui davanti alle macchinette, gesto bizzarro, disdicevole, romantico. Lieto fine.

C’è poi la delicatezza di alcuni punti dei loro testi. Da La canzone di Piera: “Piera muore se non le parli e se le calpesti l’ombra”. Trovo che sia un’immagine incantevole, Piera che soffre se qualcuno le calpesta l’ombra.
Interessanti le cover che L’officina della camomilla ha tentato dei Baustelle: oltre a Réclame (http://youtu.be/DfsHs9joOWI , poiché nella ricerca Youtube non appare), La guerra è finita, che sdrammatizza deliziosamente la grave canzone di Bianconi e compagnia (io credo che Bianconi odi con tutto se stesso questa cover. Mi dà l’idea di essere troppo presuntuoso per accettarne l’ironia serenamente e non sentirsi offeso. Ma amo i Baustelle).

Pur non idolatrandola, insomma, apprezzo questa band. Non è grandiosa e non vuole esserlo. E’ lì per chi la cerca.
Maria

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