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Bande à part, Jean-Luc Godard

E adesso come raccolgo il coraggio per dire che ‘sto film a me non è piaciuto..?! 

Ho dei problemi con la Nouvelle Vague: è tipo..il rapporto che hai con un amico con cui a volte vai talmente d’accordo che passeresti l’intera vita con lui (mangiare assieme, dormire assieme, e..no, su certe cose meglio che io mantenga una mia privacy) e a volte invece…all’improvviso si perde qualcosa e non ci si capisce più, ci si guarda e si assume quella espressione tediata, di quelli che vorrebbero essere da tutt’altra parte..ci si parla ma in modo scostante, sconnesso e non necessario; e poi di nuovo scatta la magneticità e ancora a mangiare e dormire assieme molto volentieri. Io, ad esempio, ero convinta che Godard sarebbe stato uno di quegli artisti – Godard è un artista, in fondo! – che..cioè, sarebbe andata un po’ come sta andando con Bergman: sono insensibile alla tua immensità, alla tua bellezza etc etc, anzi, mi scocci da morire. E invece no. Vidi quasi per caso Il disprezzo e mi ritrovai ad esserne talmente colpita che mi accorsi di un pregio di Godard: ti rimane addosso come pochi registi. O meglio, mi rimane addosso come pochi registi. Non è necessario che io pensi e ripensi al suo cinema, c’è quel colpo indefinito, insieme di sensazioni e sbigottimenti, che ti rimane, anche se stai facendo altro ti ritrovi addosso quel velo fortissimo. Speravo ardentemente di aver appena avuto una folgorazione, e provai nel giro di pochi giorni anche Vivre sa vie. Ancora meglio, se possibile: per chi l’ha visto e sa, beh, ero sul punto di piangere, avevo proprio il groppo in gola e per me il groppo in gola è un po’ come l’acqua per il vagabondo nel Sarah. Una rarità, sì.  Nel tempo succedente la visione ero talmente scossa e sconvolta che se tentavo solo di definire come consideravo il film mi veniva qualcosa di confuso, enorme, sconfinato. Uno dei migliori che abbia visto quest’anno. 

E insomma allora ero sicura che ormai io e Godard eravamo diventati qualcosa di stupendo, una coppia da quadretto per il comodino, e Bande à part in realtà ce l’avevo già da tempo pronto per essere visto e finalmente era arrivato il suo momento: ero già pronta da un’altra meraviglia e ad altre scosse emozionali. Poi l’approdamento dei miei occhietti verdi-grigi a questo film ha tutta una sua storia dietro, eh: in realtà lo presi ancora prima della mia più recente folgorazione, ai tempi della mia visione di The Dreamers, ricollegandomi alla famosa corsa per il Louvre in nove minuti e quarantatré secondi (sono giusta? non lo so). Visti i riferimenti anche da parte di Pulp Fiction avevo capito che era un film a dir poco cult, e io la mia cultura certo che me la voglio fare. Però c’era sempre questa cosa della sensazione negativa su Godard, poi mi ritrovo a provare i due film citati prima e vado sicura su questo. Ormai si può parlare al passato: ero sicura che l’avrei trovato una meraviglia. Ero. E che palle.

Già dalle prime scene subentra una certa perplessità, un certo spaesamento, sembra Godard ma non è lo stesso Godard (ed è giusto direi, uno mica si deve ripetere). Già dai primi dialoghi non mi ritrovo nella storia, ne resto irrimediabilmente fuori, come una spettatrice capitata più che per sbaglio nella stazione della metropolitana sbagliata. Prima cosa che si nota: che è decisamente più bighellone, più giocherellone, ecco, più approssimativo rispetto a Vivre sa vie, che nonostante appaia frammentario è ben squadrato nei suoi intenti, e direi anche molto più sofferto e profondo. Le sequenze si succedono, ma io non demordo: tra poco mi ricrederò perché scatterà la scintilla, dopotutto anche con Il disprezzo è stata una cosa lenta, progressiva. Intanto  ricordo la sensualità di Anna Karina in Vivre sa vie e vedo invece la naturalezza e la maggiore noncuranza nei costumi di questa Anna, con i codini e l’aria da ingenua, spaventata ma speranzosa e mi dico beh, ha fatto un buon lavoro, non si direbbe proprio che sia la stessa. Eppure questa Anna non mi piace, ha qualcosa di troppo nella sua interpretazione, anche se riconosco che potrei essere io nel torto al 75%: troppi occhi accigliati, troppe espressioni sperdute. E visto che ho parlato di “essere il personaggio” e “fare il personaggio” io mi sono chiesta se in questo caso la Karina non stesse solo facendo il personaggio, ecco. E poi gli altri due non li comprendevo, anzi, sentivo di non conoscerli: battuta dopo battuta e per me rimangono solo il corteggiatore di turno della Karina e non due personalità distinte. Non capisco se l’intento sia di coalizzarsi in un gruppo, come andrebbe ad indicare il titolo del film, o se invece si punti più ad una sorta di flirt nel frattempo. E va bene, flirt nel frattempo, ma nel frattempo de ghe? Ecco una delle mie più grandi perplessità su questo film: la trama in sé. Un grandissimo “mbò”, sembra quasi uno di quei scolari al banco che fanno il loro tema senza saper esattamente che dire, ma in qualche modo raccapezzano fra un paragrafo e l’altro le nozioni cercando di mantenere un focus, seppur debole. Quello che mi sono chiesta io è: ma sono io o questi in sostanza non fanno niente nell’attesa di qualcosa? O meglio, non è che loro non fanno niente, è il film che vaga in una nebbiolina dove loro fanno una serie di cose che non punta ad una precisa finalità: le fanno perché le fanno. E vabbè, non è una cosa per forza negativa, ma almeno riuscissi ad entrare dentro i personaggi. Solo la nostra Odile è qualcosa di simile ad un personaggio definito, l’ho già detto: per me Arthur e Franz sono ancora due misteri, due ombre, schizzi di qualcosa da finire magari un’altra volta. A volte ricompare così, il focus, ‘sta rapina per portarsi a casa finalmente un po’ di soldi, e sembra quasi un po’ la scusa per farmi finire ‘sto benedetto film, ché magari la rivelazione arriverà anche negli ultimi venti minuti ed io mi ricrederò su tutto. ..no. 

Che poi in questo vagabondare senza meta tra una scena e l’altra ci sono pure tipo dei fari: quel minuto di silenzio che può essere un’eternità e subentra davvero, la scena si fa muta e tu dici “wow, figata” e sai perfettamente che nel frattempo nessuno dei tre sta pensando a niente col pretesto di cogliere nel profondo questa pausa tanto solenne, e ti vien un po’ da ridere e okay, è un’impennata nel mbò di questo film. E poi vabbè, nel momento in cui Odile e Arthur si posizionano e dicono balliamo mi sono anche un po’ esaltata: finalmente la scena della scene, quella per cui in fondo io stavo guardando questo film. E il balletto è veramente caruccio, vivace, quasi spiritoso come a tratti sembra essere l’intera pellicola, mantenendo pur sempre quella sensazione d’introspezione che non ho sentito, purtroppo. E poi ancora altri momenti che sembrano un po’ le lampadine che si accendono dopo i lunghi silenzi d’incertezza, ma rimane sempre quella sensazione di: attacchiamo un po’ una cosa all’altra e facciamo di questo tentennamento una possibile chiave di interpretazione. ..No! Certo, la sensazione molto sgradevole e opprimente era che io semplicemente non stavo capendo il film, però diavolo toglietemi l’insoddisfazione almeno, così non ci penso più. E ormai subentra la rapina e il mio rapporto tra questo “non c’è due senza tre” e me è una cosa da concludere il più in fretta possibile, smontiamo ‘sta baracca e ci si rivede tra cinque, dieci, vent’anni, tra mai pure (naaah). Arriviamo ormai intorno alla fine e ripenso di nuovo a questa Anna Karina che non mi entusiasma, con le sue posizioni innaturali, tutte raggomitolate in se stesse e quell’espressione che non convince, che sembra proprio la finzione che non dovrei sentire (eppure gli occhi seguono il personaggio, sarà la bocca? non lo so), ripenso ad Arthur e Franz che non conosco ancora, di cui non so proprio niente all’infuori del fatto che per qualche ragione vogliono quei soldi, e ripenso alla trama che mi pare già svanire tipo la pastiglia effervescente o il momento subito dopo il capogiro in cui sei sperduta un po’ in quel “oddio che è successo, c’era qualcosa di cui ho perso il controllo”; e ripenso a questa pellicola diversa magari da Vivre sa vie Le mépris: più “facile”, che sembra non voler dir niente oltre a ciò che ti mette sotto il naso, che è un po’ così, si fa tanto per fare e anche i sentimenti sono tanto per fare, e penso che sì, Godard ha il diritto di non essere uguale a se stesso, ma io dormirei e mangerei assieme all’altro Jean-Luc, quello che mi piace da morire. Questo di Bande à part lo lascio volentieri a qualcun’altro in grado di farci amicizia senza smorfie perplesse e spaesamenti.  

Anastasia

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