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L’ultima corvè (The Last Detail), Hal Ashby

C’è una cosa che mi preme di dire se penso a questo film: che è bello, bello, quanto mi è piaciuto. 
E uno dice, okay, è bello e ti è piaciuto da morire, va bene, ma non è che tu abbia un’aurea così forte da poter dire solo questo per spingere alla visione. Purtroppo non sono ancora così figa.
E poi non è che voglio proprio spingere alla visione, io..dirò perché è bello secondo me e bom, chi si vuole attaccare al treno si attacchi.
E ho i miei punti ben meditati comunque. Tipo, prima ragione:

 Jack Nicholson. Sì, lo so, questa è una carta troppo facile. Si sa che il grandissimo Jack è un mito, ma se dovessimo vederci tutto quello che passa per la sua filmografia ciao, allora (vogliamo parlare di quella cazzata inutile che è Terapia d’urto? Jack, diccelo, quanto ti hanno  pagato per averti con loro?), e quindi chiaro che non vi basta vedere L’ultima corvè perché c’è lui. Io però vi dico che se siete suoi fan sul serio, non per finta, allora è pure strano che non l’abbiate già visto. Jack a ‘sto ruolo ci teneva da morire, se l’è pure presa quando non gli diedero i giusti meriti, considerandolo la sua migliore interpretazione fino ad allora (oddio, il suo Jack Torrance è qualcosa di fantastico, ma ai tempi Nicholson mica lo sapeva che avrebbe avuto un faro del genere nella sua produzione). Io però gli riconosco i meriti che non ricevette, se questo lo può consolare – se effettivamente gli frega qualcosa che una tapina in un paesino come l’Italia ancora in un paesino insignificante che è peggio di un puntino nel poco spazio che occupiamo sì adesso prendo fiato, ecco,  abbia apprezzato enormemente la sua performance. Io l’ho trovato..incredibilmente in forma, e tanto per prendere me stessa alla lettera: nella forma esatta del ruolo che stava interpretando, era dentro. Forse non mi spiego: lui non è che faceva il Bubbusky, lui era il Buddusky (per gli amici Badass, se non vi spiace). C’è un preciso momento che ho impresso in mente, ma di questo vi parlerò subito. Sì, lo so che le cose bisogna finirle, ma si tratta solo di saltare un attimo ad un’altra ragione.

Quel cameratismo tutto americano. C’è una cosa che mi è venuta così, da pensare, mentre mangiavo la mia omelette – dettaglio la cui utilità è enigmatica – e entravo piano piano nella vicenda di questa breve, ma lunga spedizione. “Questo è un film che se ne fotte”, e poi verso la fine mi sono smentita, “no, questo film fa finta di fottersene, ma invece è chiaramente arrabbiato, forse indignato, forse ferito, ma cerca di far finta di fottersene perché è l’unica difesa”. Oddio, io non so com’è che ho partorito certi pensieri, che sicuramente manco vanno a definire il film davvero, sono state solo sensazioni. Forse è il caso che faccia un minimo accenno alla trama: quel bel giovanotto con la bocca aperta che vedete nella foto è veramente un gran bravo ragazzo, ma poverino, è stato beccato con le mani nella cassa, peraltro dedicata ai buoni propositi di una delle tante associazioni umanitarie, e per questo per lui la vita si fermerà per 8 anni: 8 anni in galera. Sapete quanto ha..in realtà solo tentato di rubare? 40 Dollari. Otto anni di prigione per quaranta dollari. E proprio il Badass e Mulo devono portarlo in carcere, in un viaggio che percorrerà cinque giorni della loro vita. All’inizio è proprio così: è un film che se ne fotte, che prende in giro un po’ tutti con quelle musiche sgambettanti, e poi pian piano ti obbliga a guardare meglio dentro ‘sto ragazzo strambo e..eh. Altro che fottersene: ‘sto ragazzo non se lo merita ma tu devi portarcelo, che merda. E qui subentra ciò che avrei dovuto introdurre un bel po’ di righe prima: quel cameratismo tutto all’americana.  Perché dopotutto  la prima cosa che ho pensato, così, ambientandomi alle prime scene è che ‘sto film è  proprio di   sangue americano: quell’americano tipico nel suo genere, un po’ rude,  che si riempie la bocca di “fuck” e “motherfucker” come se fossero solo vocali e consonanti  necessarie all’esprimersi, quell’americano che è contento per un hot-dog fatto bene e la salsiccie senza hot-dog manco le mangia, quell’americano che vedendo un ragazzo ridotto così fa emergere quei buoni sentimenti che ha sempre conservato: è il caso di farsi una birra, ma io non ho l’età per la birra, non esiste un’età per la birra. E a costo di fare gli spacconi con mezzo mondo ce lo portano a farsi la sua bella birretta di addio, perché lo sanno perfettamente che o ora o mai,  lo sanno. E allora ecco quel cameratismo tutto americano, appunto: quello del facciamoci  la tua prima birra, quello della spallata tra amici,  del farsi valere  a loro modo, quel prendersi per il culo basso-basso e attaccato alla terra e alla vita di tutti i giorni come segno d’affetto. Questo è il tipo americano, o almeno, uno dei tipi americani. E io non nascondo che mi sta pure simpatica la loro orsaggine.

 Gli attori in generaleE  riprendendo il discorso su Jack Nicholson – perché una promessa è una promessa e le cose si finiscono -, stavo dicendo che c’era un dettaglio preciso, anzi, una serie di dettagli che mi hanno confermato quanto sia eccezionale questo cast, non solo lui (anche se). C’era il fatto che i momenti di silenzio erano momenti lasciati allo spettatore e non momenti distanti ed enigmatici, che non solo Nicholson, ma anche Randy Quaid – il ragazzo – e Otis Young – il marine di colore -, abbiano fatto una performance ottima. E lo so spiegare dallo stesso preciso dettaglio che sto continuando a rimandare: che nei momenti di silenzio, anche se non c’erano più le parole ad esprimerli, io mi ritrovavo a poter sguazzare dentro i loro occhi, le loro espressioni trasparenti e magistrali nella resa, tanto che avevo proprio quel giusto tempo, quel tempo naturale per poter formulare quelli che ero sicura fossero i pensieri che scorrevano nelle menti dei personaggi. Ed io so una cosa: che quando succede così, allora il film difficilmente ti si scollerà di dosso, perché una volta che l’attore riesce ad esprimere persino i propri pensieri così limpidamente, così fluidamente allora non solo è un buon attore, ma ti ha appena assicurato una visione di  qualità “alta” nella sua intimità garantita. Ti ha appena assicurato qualcosa che va oltre alla visione, ti ha appena assicurato un vero rapporto. E i rapporti veri, i legami con i film – e con i libri – non si scordano facilmente.

Io voglio bene a questo film, just saying.

Anastasia

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Un commento su “L’ultima corvè (The Last Detail), Hal Ashby

  1. Complimenti, soprattutto per la parte ” gli attori in generale”. Ebbi la fortuna di vederlo e scoprirlo, la prima volta, a metà degli anni ’90, trasmesso da telemontecarlo 2 … tutt’ora resta uno dei miei film preferiti.

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