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Le vergini suicide, Jeffrey Eugenides

Ovunque mi girassi qualcuno osannava Eugenides. E questo titolo, Le vergini suicide, era così allettante…
Questa lettura è stata una delle peggiori delusioni in cui sia incappata di recente, complici le alte aspettative. Anastasia sostiene che questa recensione sia piena di spoiler, quindi, nel caso non vogliate anticipazioni, fermatevi qui – in  realtà, credo di non aver anticipato niente di più di quel che dice la quarta di copertina, se non in maniera talmente vaga da non costituire un’effettiva anticipazione. Comunque, vi ho avvisati.
Cinque ragazze straordinariamente belle, recluse in casa dalla madre bigotta, si suicidano nel giro di un anno. La storia è narrata da un gruppo di ragazzi che si sono interessati alle loro sorti e che ne custodiscono la memoria vent’anni dopo, fornendo un numero sterminato di interpretazioni sulle ragioni del gesto (ovviamente, al lettore è chiaro, anche se mai affermato esplicitamente, che le ragazze non potevano sopravvivere a lungo segregate in casa). Il canovaccio di partenza era allettante e mi aspettavo meraviglie.
Speranze mal riposte.
Vorrebbe sembrare la storia di cinque sacerdotesse che si suicidano per un qualche rito mascherata da storia di adolescenti comuni di cui il lettore deve cogliere il fascino. Ma, al contrario, è un romanzo sull’adolescenza mascherato da mito. Mascherato male. Jeffrey, non basta dire che Cecilia guardava lo zodiaco appeso al soffitto blu e ascoltava musica celtica per renderla una semidea.
I temi non mancano, eh, e magari sono anche sociologicamente interessanti, ma il motivo portante – non dico che la sensualità pseudopanistica sia il motivo più importante, ma quello portante lo è di sicuro – l’ho colto dal titolo ammaliante e da qualche brandello riuscito. Per il resto mi ci sono dovuta mettere d’impegno.
Qualche scena interessante, in effetti, c’è, come le sorelle che difendono l’olmo attaccato dai parassiti dall’essere reciso dallo Stato. Dall’altro lato, però, ci sono scene come la seguente: un ragazzo che vent’anni dopo farà parte del gruppo dei narratori balla e gli altri futuri narratori che lo guardano si accorgono che sopra di lui pende Bonnie impiccata. Non è una scena né macabra né affascinante, è proprio ridicola.
Neppure stilisticamente seduce come vorrebbe. E’ eccessivamente aderente alla realtà concreta dei fatti per la materia che vorrebbe trattare.
Naturalmente, queste scelte poco affascinanti sono dovute all’impianto del romanzo, che è narrato da voci esterne e vuole che il lettore deduca da sé dove sia il fascino delle ragazze. L’idea potrebbe anche essere buona, ma Eugenides l’ha trasformata in un modo per risparmiarsi la fatica di incantare con la sola forza della sua penna.
Strutturalmente, poi, è pessimo. Cecilia si suicida all’inizio. Alla fine, ma alla fine, tentano di suicidarsi le altre quattro sorelle e praticamente all’ultima pagina si suicida definitivamente Mary (che non era morta nel tentativo precedente). Ciò che c’è in mezzo non è giustificato.
Riconosco a questo libro – reduce dalla lettura di L’insostenibile leggerezza del’essere – di aver negato il kitsch dell’idillio. Ma non so se nel ’93 questo possa essere considerato questa gran novità.
L’unica scena veramente bella è quella globale del suicidio di Bonnie, Lux, Therese e del tentato suicidio di Mary: le ragazze scelgono di far entrare in casa le future voci narranti, facendo loro credere che vogliono fuggire, le seducono per tenerle buone e se ne vanno ad ammazzarsi.
A parte questo, è solo il secondo libro che mi chiedo cosa ci faccia nella mia libreria. (Il primo è La linea d’ombra di Joseph Conrad, che però, anche se non mi è penetrato dentro, è indubbiamente migliore di questo romanzo).

Maria

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8 commenti su “Le vergini suicide, Jeffrey Eugenides

  1. Secondo me, è proprio sbagliata la prospettiva da cui guardi il libro. Prima di cestinarlo, prova a considerare un altro ragionamento. Né dal film, né dal libro emerge che la storia riguardi cinque semidee, oltretutto non sono affatto tutte belle, neanche nella trasposizione cinematografica. La mitizzazione è quasi esclusivamente opera della voce narrante corale, i ragazzini vicini di casa, che non potrebbero ragionare altrimenti, dato che sono maschi, in fase adolescenziale e con gli ormoni in subbuglio, e per di più non hanno un cacchio da fare tutto il pomeriggio.

    Se ci pensi bene, manco le sorelle Lisbon sono caratterizzate in modo deciso. A parte Lux, la più disinibita, le altre le puoi confondere. Perché?

    Perché non sono loro le protagoniste, o meglio sono le vittime quasi casuali, di un meccanismo sociale e prettamente borghese, una cosa proprio da adulti. E infatti casomai io direi: sembra la storia di cinque ragazzine, e invece è la storia degli adulti che abitano a fianco.

    Le sorelle Lisbon sono vittime di un ipocrisia omertosa che ancora non possono capire, perché adolescenti. Stessa cosa vale per i ragazzini che le spiano, si arrovellano a cercare un motivo, perché si sono scontrati con una società retta dalla beghineria di cui loro non afferrano il significato.

    Se proprio vogliamo trovarci una forzatura, quella sta nel collocare al presente le riflessioni dei ragazzini ormai adulti. Ci si aspetterebbe che alla fine dicessero: ma ora sappiamo cosa è successo veramente. Invece Eugenides in questo caso, forse calca un po’ la mano, e decide invece di lasciarli nostalgici, e lascia a noi il compito di tirare le somme. Ma non credo proprio che il suo intento sia mai stato di rendere le sorelle creature misteriosamente fascinose, se non agli occhi dei loro coetanei. Al lettore dovrebbero apparire quello che sono, ragazze normalissime, schiacciate dalle convenzioni sociali e dal perbenismo (non solo familiare).

    Forse vedendola da questo punto di vista non ti sembrerà così brutto. E comunque gli darei una chance. È un libro che merita sul serio. Prova a rileggerlo più avanti. 🙂

    • Sono d’accordo con Noce (ma ciao!) in tutto e per tutto, è un libro più che valido secondo me, e forse davvero sei partita da una prospettiva sbagliata. Non voglio dire: non hai capito il libro, ma forse solo..non hai adottato il giusto punto di vista. Infatti quando lo lessi ammirai non tanto le sorelle Lisbon, ma il lento soffocamento della gente attorno a loro. Si esprime tanto nel non detto e forse per la delusione non hai “ascoltato bene”, come ti dissi su Facebook.
      Poi vabbè: nella mia umile opinione. Ognuno è libero di intendere e leggere come vuole.

      Anastasia

    • Certo, letto da un punto di vista sociale il giudizio muta in positivo – anche se comunque non dice tantissimo, certamente niente di nuovo.
      Però l’intento di deificare le ragazze c’è (ho precisato che non è il motivo fondamentale, ma comunque quello portante)- i gusti musicali di Cecilia e il suo abito da sposa, le candele e le piume di struzzo di Bonnie, il complesso rituale delle telefonate con i dischi e del suicidio collettivo – e questo, indipendentemente da chi sia a deificare, l’autore o la voce narrante, è svolto male.
      D’altra parte, indubbiamente le aspettative che avevo su questo romanzo hanno orientato il mio giudizio. E’ lì nella mia libreria. Tra un annetto lo rileggerò 🙂
      (M.)

      • Secondo me qualcosa ti ha infastidito nella lettura a partire dall’inizio, e poi da lì come spesso capita anche a me, sei andata avanti notando le cose che avallavano quella tua prima impressione, e facendoti sfuggire le altre.

        Le manie egocentriche delle sorelle Lisbon, secondo me rientrano nel classico periodo adolescenziale in cui non si è né carne né pesce, esagerazioni che nella fattispecie diventano quasi grottesche perché legate al non poter manifestare il proprio “io” in altro modo. Ma sono aspetti che ho visto solo come sfondo alla storia, non come vere colonne portanti.

        E poi le cose, i libri, le giornate, sono tutte cose soggettive. Insomma, non è che se è una bella giornata e mi alzo col piede giusto, tu che sei sotto il mio stesso sole, devi per forza essere di buonumore come me. ^^

        Io mi ritengo soddisfatta solo per il fatto che gli darai un’altra chance. Basta e avanza 🙂

      • Lo farò. Promesso 🙂
        M.

  2. Diamine non ho resistito e ho guardato il film ): voglio assolutamente leggere il librooooo assolutamenteeeee!!!!!

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