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Ritratto dell’artista da giovane, James Joyce

(L’opera è meglio conosciuta in italia con il titolo di Dedalus, sotto il quale è edito, per esempio, da Mondadori.)
Ho scelto di scrivere di questo libro per cominciare la mia attività nel blog perché credo sia uno dei migliori che abbia mai letto.
Non sono sicura di avere parole.
La prima lettura risale all’estate scorsa. Ero esattamente in una delle fasi che l’autore descrive così crudelmente bene attribuendole al suo Stephen Dedalus, il protagonista nonché suo alter-ego, per cui mi sono immedesimata facilmente. Di conseguenza, ho creduto il romanzo carico di scopi emozionali e patetici (eccome!, mi ha procurato una crisi religiosa durata mesi, il che, se è stato traumatico per me, mi risparmia di avere difficoltà nello spiegarvi quanto perfetta e potente sia la prosa di quest’uomo) del tutto estranea alle intenzioni del celebre irlandese. Avevo capito molto poco, insomma – aver studiato Joyce mi ha aiutato tantissimo, ma ancora di più mi ha aiutato il sapere cosa avrei dovuto aspettarmi. Le emozioni insopportabili della prima lettura sono scomparse e ho potuto ammirare questo capolavoro in tutta la sua staticità, al di là della passione.
Innanzitutto, Joyce/Dedalus esamina l’annoso problema dell’arte e della bellezza, riconnettendosi ai canoni aristotelici di integritas, consonantia e claritas (la claritas, sostiene Joyce/Dedalus, è quidditas, praticamente l’epifania joyciana per cui scopo dell’arte è rivelare l’essenza delle cose, per cui l’opera intera sarebbe una sorta di correlativo oggettivo al di là di cui si cela un significato assoluto); inoltre afferma che l’autore, pur trasparendo dalla sua opera, deve restare nascosto dentro e dietro di essa, come un Dio nella sua creazione, “nell’atto di limarsi le unghie”.
Ma Joyce fa molto più di questo, sviluppando una complessa narrazione sulla crescita di un artista dal punto di vista intellettuale. In ogni suo punto questo racconto è perfetto. Su tutto, mi ha impressionata la capacità di cogliere quei pensieri infantili e insignificanti che ci balenano nella mente di tanto in tanto, le paura immotivate, gli odi, i fastidi che durano un momento e di cui spesso neanche ci rendiamo conto. Per esempio, il giovane Dedalus, temendo la presenza di demoni nella sua stanza buia, crede (o forse no) di scorgervi occhi e di udirvi discorsi: chi non ha mai provato una sensazione simile, da fanciullo? Ma da qui a ricordarla nella stesura di un romanzo, ecco il discrimen tra l’uomo e questo genio.
L’aspetto migliore del romanzo è però la sua stasi: al di là della lettura che ne ho dato, in maniera erronea, l’anno scorso, esso risponde ai canoni della bellezza che Joyce stesso pone. Non causa desiderio, non causa repulsione. Risponde a integritas, consonantia e claritas/quidditas. Spogliato di tutti i mezzucci di cui spesso si sovraccaricano i romanzi perché allettino in lettore, si palesa nel suo splendore tale che lo si possa solo quietamente, estaticamente contemplare. La mia unica paura è di non riuscire più ad amare l’emotivo Dostoevskij come prima dopo questo romanzo. Ma ho già i fratelli Karamazov in libreria. Vi farò sapere…
Ancora tre cose. Innanzitutto, un’osservazione: la critica generalmente individua il punto di svolta che fa dell’uomo Stephen un artista nella visione della fanciulla seminuda che contempla sulla spiaggia, fanciulla che, nel suo aspetto di uccello, provoca all’interno di Dedalus il fenomeno dell’epifania, palesandogli la sua strada. Indubbiamente, si tratta di un punto importante (basti sapere che Joyce lo imbottisce di figure retoriche a profusione), ma la metamorfosi è già avvenuta, o la stessa visione non avrebbe senso ai suoi occhi.
Poi, un’informazione: Dedalus, alter-ego dell’autore, ricomparirà nell’Ulisse.
Infine, perché crolli ogni accusa di macchinosità e freddezza che tanto spesso accompagnano la perfaezione strutturale, un saggio dell’abilità anche poetica di Joyce, che attribuisce questa incantevole villanella al suo protagonista:
Non sei stanca di modi infuocati,
malia dei caduti serafini?
Non mi parlare di giorni incantati.

Dai tuoi occhi i cuori infiammati
umili servi son dei tuoi fini.
Non sei stanca di modi infuocati?

In tua lode densi fumi levati
van dell’oceano per tutti i confini.
Non mi parlare di giorni incantati.

Rotte grida e lai desolati
sorgono uniti in inni divini.
Non sei stanca di modi infuocati?

Mentre sono al sacrificio alzati
calici colmi traboccanti di vini,
non mi parlare di giorni incantati.

E ancora tieni i miseri legati
che languida e generosa rovini!
Non sei stanca di modi infuocati?
Non mi parlare di giorni incantati.

(Maria)
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Un commento su “Ritratto dell’artista da giovane, James Joyce

  1. Quando eravamo giovani e quando sciocchi. Quando il tempo veniva per trasformarsi in futuro e non lasciava spazio al rimpianto. Che siamo adesso noi? Guardiamo ancora i cirri trasformarsi o abbiamo piegato il capo alle nuvole e cerchiamo la terra per immaginare il nero?

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