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Radical Face

Perché sono io a parlare di Radical Face invece di Riccardo che me l’ha fatto conoscere?
Ecco, boh. (Premessa inutile e inconcludente, perfetto).
Avrete notato che ho usato il singolare. In effetti, Radical Face non è una band, ma un progetto che si raccoglie attorno alla massiccia figura di Ben Cooper (massiccia, sì. Magari la foto non rende. Comunque, a me dà tanto l’impressione di un panda da abbracciare) e diffonde la propria musica per lo più in formato EP (insomma, un’organizzazione simile a quella degli artisti indie italiani). Il nome non ha alcun senso, deriva da un volantino strappato che pubblicizzava un “radical face-lift”.
La canzone più celebre è Welcome Home, a causa del suo utilizzo in una pubblicità Nikon.
La produzione di Radical Face è estremamente interessante. La musica è delicata, orecchiabile, ma per niente banale. Riconducibile per l’atmosfera quieta che crea al country, ma per il resto profondamente diversa.
I testi sono delicati, per lo più parlano di amore e morte, con frequenti riferimenti ai fantasmi. Spesso sono ambientati qualche secolo fa. Talvolta invece i temi sono la solitudine, il vagabondaggio, l’amore tormentoso.
La voce di Ben Cooper, poi, è tutt’altra cosa rispetto alla sua mole. Non conosco voce più dolce.
Adesso, però, passiamo al rovescio della medaglia. Ben Cooper mi piace, è vero, ma mi piace a tratti, mentre altre volte mi sembra un astuto commerciante – insomma, è impossibile scrivere un’infinità di testi sulla morte di amante/padre/fratello che diventa fantasma e sentirli tutti dal cuore. C’è questa tendenza al pathos facile tipicamente americana che mi infastidisce e mi suona di strategia di marketing.
Si tratta però di considerazioni a freddo. The dead waltz è la canzone che vi consiglio di ascoltare, mentre quella a lato è più o meno l’immagine che mi evoca (tratta dal sito Miss Pandora).

Il meraviglioso testo:
I saw your daughter yesterday
as I was sat out on the porch:
she slept-walked from your house down the walkway
as though she’d done it all before
and the moon was out.

And in her gown beside the riverbed
she got down on her knees
and wrapped her long hair up in vines, and leaves, and branches
and with the wind beneath her feet
oh, she waltzed with the dead.

And everything was bathed
in light white as milk,
as the impossible began
she danced across the water’s edge
but her feet, they didn’t sink
as though she flew.

I ran out in the water
with a lantern in my hand,
I was waste deep and shivering,
I took her wrist and walked her in.
I was loathe to interrupt her,
but I had to get her home:
if people were to see this, they’d gather up, raise hell and burn her alive.

Don’t you mind, don’t you mind,
she’ll be fine:
tie a bell around her ankle
before she lays down at night
and the sound of her footsteps
will wake me in time.
Don’t you mind, don’t you mind,
I’ll watch over her
as though she were mine.

(Maria)

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4 commenti su “Radical Face

  1. Non lo conosco, mai sentito nominare.
    Il testo è stupendo, soprattutto:
    Don’t you mind, don’t you mind,
    she’ll be fine:
    tie a bell around her ankle
    before she lays down at night
    and the sound of her footsteps
    will wake me in time.
    Don’t you mind, don’t you mind,
    I’ll watch over her
    as though she were mine.

  2. Che bel post 🙂 no comment…

  3. […] (per quanto etichetta e indie siano effettivamente due termini contraddittori). Come nel caso di Radical Face, non è corretto parlare di band: piuttosto, si tratta di un progetto in continua evoluzione, in […]

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